F. è il Direttore Finanziario di una grande azienda che opera nel settore della distribuzione.
Lo incontro per la prima volta in una calda serata d’estate dell’anno scorso, vuole parlarmi delle difficoltà che sta incontrando in azienda nel “creare la squadra”, nel “trovare il giusto modo di comunicare con i miei collaboratori”.
F. non è un manager di primo pelo, ha 49 anni e una lunga seniority alle spalle: nel suo piccolo è quello che si potrebbe definire un uomo di successo.
Conversando emerge che quel genere di “problema” lo ha sempre avuto; tuttavia, pare essersi acutizzato negli ultimi mesi, o per meglio dire e usando le sue parole “non riesco a capire se si è acutizzato o se sono io che non riesco più a farmi comprendere”.
Decidiamo, perciò, di intraprendere un percorso di coaching finalizzato a risolvere il “problema comunicativo” (sempre parole sue).
Già dalla seconda sessione emerge chiaramente, almeno per me, che F., nell’arco della sua vita professionale e personale, ha introiettato una serie di modelli relazionali disfunzionali che, inconsciamente, proietta poi all’esterno, rendendo piuttosto complicato il suo rapporto con gli altri.
Analizzando alcuni suoi comportamenti e i pensieri (o non-pensieri) legati ad essi, F. scopre una serie di quelle che lui stesso definisce “ovvietà” ma che non riesce più a mettere in atto.
È ovvio che TUTTO origina da una buona relazione.
È ovvio che bisogna prima di tutto ASCOLTARE.
È ovvio che bisogna immedesimarsi nei panni altrui.
È ovvio che la scelta delle parole fa la differenza.
È ovvio questo, quello e quell’altro ancora.
È tutto ovvio, ma F. non riusciva a fare proprio ciò che lui stesso considerava ovvio.
Quando diamo per scontate le cose, quando ci diciamo “ma sì, è ovvio”, o quando passiamo oltre perché “tanto lo so già”, rischiamo di inciamparci sopra e di cadere.
Per una serie di ragioni che sarebbe troppo lungo e noioso spiegare in questa sede, era come se il modello relazionale di F. fosse regredito al semplice processo informazionale di Shannon e Weaver, in cui lo schema non tiene conto della “relazione” ma solamente del contenuto (vale a dire il messaggio) che passa tra un emittente e un ricevente.
Come se gli esseri umani fossero soltanto dei computer che si trasmettono dati a vicenda.
Aveva inoltre fatto propria quella celebre massima che dice “Sono responsabile di ciò che dico ma non di quello che tu capisci”, che è probabilmente l’atteggiamento più idiota, infantile e pericoloso quando si tratta di interazioni umane.
Un modello relazionale/comunicativo sano ed efficace implica che tu ti prenda anche la responsabilità di quello che gli altri capiscono.
O, in altre parole, se non ti capiscono, la colpa è, almeno in buona parte, la tua.
(Certo, fatta eccezione per quelli che NON VOGLIONO capire, ma qui siamo su un altro piano).
Dopo sei mesi di durissimo lavoro, F. trova finalmente – e improvvisamente – la strada maestra.
Ricordo ancora perfettamente quell’improvviso insight, quell’istante “a.ha!” che lui stesso verbalizzò così:
“Nel momento in cui ho ricominciato a fare le cose che avevo sempre saputo fare e che non facevo più perché le davo per scontate, è come se si fosse spalancata una porta… tutto si è illuminato a giorno ed è diventato chiaro… e… tutto è cambiato”.
Ovvio, no?

