Coaching col martello: un post per pochi.

“Quando diamo la colpa alla nostra infanzia è perché la nostra vita adulta è troppo complicata da spiegare”.

Questa frase, a prima vista semplicistica, nasconde in realtà un segreto che scotta: nel nostro tentativo di semplificare l’irrisolvibile e di evitare di affrontare il caos interiore che ci attanaglia, puntiamo il dito verso il passato, colpevole del nostro stato attuale.

Il fascino perverso della colpa infantile risiede nella sua apparente eleganza: un passato che non può rispondere alle accuse diventa la scusa perfetta; non c’è bisogno di scendere nei dettagli della complessità del presente perché tutto si riduce a un trauma originario, quasi fosse il peccato originale che ci esime dal doverci confrontare con la nostra responsabilità.

Ma perché, da adulti, ci rifugiamo tanto spesso in questo alibi?

È forse perché la nostra vita attuale è troppo intricata, troppo disordinata, e richiederebbe un’accurata analisi che farebbe vacillare la nostra già traballante identità?

La “colpa” dell’infanzia diventa uno specchio deformante, ma rassicurante, che riflette il nostro rifiuto di confrontarci con l’ambiguità del presente.

Alle vertigini di una vita adulta che non sappiamo spiegare nemmeno a noi stessi, preferiamo la narrazione lineare e semplificata di un’infanzia difficile e, in questo, la psiche ci viene in soccorso, coi suoi quasi inesauribili meccanismi di difesa.

Se per Freud il passato è la chiave di tutto, per Nietzsche il nostro destino si compie nonostante il passato.

Siamo diventati maestri nell’arte dell’autogiustificazione psicologica, un’arte che ricorda, neanche troppo da lontano, il narcisismo di Dorian Gray, un quadro invisibile appeso alla nostra anima.

Ogni fallimento diventa una nota a piè di pagina scritta in minuscoli caratteri indecifrabili nell’opera della nostra infanzia, come se fossimo gli attori passivi di un copione già scritto.

Viviamo nell’era del “prendere in mano la propria vita” ma continuiamo a scrutare il passato con la stessa avidità con cui lo storico ricerca le cause nascoste della caduta di un impero.

La verità è che la nostra psiche ama il passato perché il passato, per quanto doloroso, è un “luogo sicuro” anche se ci fa male: lo conosciamo bene. Ci è familiare (ecco la parola magica).

Affrontare il presente richiede un coraggio eroico, un coraggio spaventosamente raro e spaventosamente ignoto.

La vita adulta è per sua natura ambigua: le scelte non sono mai nette, le vittorie raramente definitive e le sconfitte portano con sé lezioni troppo amare per essere digerite sul momento.

Il problema della vita adulta non risiede nel suo essere “troppo complicata”.

Semplicemente la nostra volontà di affrontarla si è affievolita sotto il peso di troppe aspettative irrealistiche non soddisfatte; per uscirne e crescere consapevolmente, non basta “andare avanti e lasciarsi il passato alle spalle”.

Dobbiamo iniziare a comprendere che il passato non è una spiegazione esaustiva della nostra attuale situazione, quanto, piuttosto, una cornice aperta e flessibile, attraverso la quale possiamo ri-negoziare e ri-significare le nostre scelte.

Non possiamo derubricarci a impotenti prigionieri dell’infanzia, né crogiolarci nel vittimismo di una psiche incatenata a vecchie ferite: siamo artefici del nostro presente.

Smettiamola di semplificare il nostro passato, abbandoniamo la comoda idea che ogni problema della nostra esistenza trovi radice in una causa antica e irrisolta (e, quasi sempre, irrisolvibile) e iniziamo ad accettare la complessità dell’oggi, iniziamo ad abbracciare il caos, l’incertezza, l’ambiguità del presente come le vere forze creative che ci permettono di vedere, disegnare e definire il nostro futuro.

Nel momento in cui ci liberiamo dall’illusione di un passato determinante, scopriamo il potere di scegliere nel presente.

Forse la vita adulta non è così complicata, dopotutto.

Forse è solo straordinariamente libera, e proprio questa libertà ci terrorizza.

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