Più mi guardo intorno e più mi rendo conto che, oggi, l’assenza di disagio è trattata come una patologia sociale. Siamo testimoni di un’inversione (tautologica?) dove il disturbo è diventato norma e la normalità un disturbo – una sorta di reductio ad absurdum esistenziale che trasforma l’equilibrio psichico in marchio d’infamia.
Prendiamo il caso ipotetico di Matteo, trentaduenne milanese con un lavoro stabile, relazioni soddisfacenti e nessuna particolare inclinazione al disagio. Matteo non posta mai citazioni di Seneca su Instagram, non ha mai consultato il DSM-5 cercando di autodiagnosticarsi una qualche forma esoticamente nominata di deviazione dalla norma statistica e non soffre nemmeno di “ecoansia”, il disagio trendy del momento. Gli amici lo descrivono come “equilibrato”, aggettivo che nel lessico contemporaneo risuona con la stessa attrattiva erotica di “fiscalmente responsabile”.
Agli occhi di tutti, Matteo è un’anomalia, un’aberrazione statistica in un panorama sociale dove il disagio è diventato una sorta di status symbol, un accessorio identitario indossato con la stessa ostentazione con cui si indossa un capo griffato. Questo fenomeno – chiamiamolo “patologizzazione dell’ordinario” – è l’inevitabile risultato di un’epoca in cui la sofferenza psichica si è democratizzata, diventando simultaneamente commercializzabile e instagrammabile.
Non fraintendetemi: non sto cercando di sminuire la realtà clinica dei disturbi psicologici, che rimangono esperienze drammaticamente e autenticamente debilitanti per chi ne soffre davvero.
Quello che intendo è che siamo scivolati in una forma di feticismo del disagio: tutto può essere medicalizzato e ormai il vocabolario clinico viene applicato con la stessa nonchalance con cui si parla delle previsioni metereologiche.
“Oggi sono depressa,” dice Lucia, ordinando il suo milk-shake da Starbucks, con lo stesso tono di voce con cui direbbe “Oggi ho le scarpe blu”.
La società contemporanea sembra inoltre premiare questa esternalizzazione del disagio. I social media hanno creato un’agorà dove l’autenticità è misurata in unità di vulnerabilità esposta. È una sorta di perversa economia dell’attenzione dove chi non esprime qualche forma di tormento interiore viene percepito come superficiale, inautentico o, peggio ancora, noioso – aggettivo dal potere letale nell’ecosistema digitale quanto “radioattivo” lo sarebbe in un laboratorio nucleare.
Questo fenomeno ha radici profonde, che affondano nel terreno fertile della post-modernità. La frammentazione delle grandi narrative, l’erosione delle strutture comunitarie tradizionali, la liquefazione dei rapporti interpersonali prevista da Bauman – in questo paesaggio di instabilità ontologica (parola che usiamo quando vogliamo sembrare più intelligenti), il disagio diventa una forma di ancoraggio identitario, un modo per dire “ecco, questo tormento mi definisce, quindi esisto”; o, parafrasando Cartesio, “Soffro ergo sono interessante”.
Il rovescio della medaglia è che chi non partecipa a questa liturgia del disagio viene immediatamente sospettato di mancanza di sensibilità, come se l’assenza di disequilibrio interiore fosse indicativa di un deserto esistenziale. Se stai bene, c’è qualcosa che non va.
Quand’è che abbiamo deciso che la capacità di funzionare senza impedimenti debba essere sintomo di una qualche forma di carenza? E per quale incredibile coincidenza astrale questa glorificazione del disagio avviene in parallelo a un’ossessione per il benessere che rasenta il parossistico?
La stessa persona che ostenta il proprio disturbo d’ansia come una medaglia al valore su Instagram spenderà centinaia di euro in app di meditazione, cristalli energetici e ritiri spirituali volti a eliminare quello stesso disagio che costituisce ormai parte integrante della sua identità sociale. È una contraddizione che potrebbe essere definita schizofrenica, se non fosse che anche questo termine è stato ormai svuotato del suo significato clinico originario.
Nel frattempo, il povero Matteo, con la sua insopportabile stabilità emotiva, viene silenziosamente emarginato, percepito come un enigma incomprensibile, o, peggio, come qualcuno che “non ha capito come funziona davvero il mondo”. La sua incapacità di produrre una narrazione di sofferenza lo rende irrilevante nell’economia sociale contemporanea.
Non escludo che, in un futuro non troppo lontano, l’equilibrio psichico diventerà una nuova forma di ribellione. Forse un giorno vedremo gli adolescenti che si ribellano ai genitori ansiosi, rifiutandosi categoricamente di sviluppare disturbi dell’umore, abbracciando con provocatoria determinazione uno stato di sorprendente equilibrio interiore.
Fino ad allora, continueremo a navigare in queste acque un po’ stranianti dove la normalità diventa l’ultima frontiera della devianza, e dove il disagio l’ultimo rifugio del conformismo. Probabilmente, il sintomo più preoccupante della nostra condizione contemporanea non è solo il proliferare di nuovi disagi, ma il modo in cui li stiamo trasformando in trend, con tanto di hashtag specifici.
Insomma, tutto fa brand.

