Uno dei problemi più gravi che la società contemporanea sta affrontando è l’idea mal concepita che l’empatia, in tutte le sue forme, sia il pilastro fondamentale su cui costruire il futuro.
Non fraintendetemi: l’empatia è essenziale per il funzionamento sociale, ma, come ogni virtù, se portata all’estremo si trasforma in tirannia.
Con maldestra delicatezza stiamo scolpendo l’ideale di una società più comprensiva, più inclusiva, più “emotivamente intelligente”, un tentativo quasi eroico di elevare l’animo umano e che sta creando, senza che nessuno se ne accorga o quasi, una fragile stirpe di anime di cristallo, giovani incapaci di sopportare persino il più lieve soffio di disagio.
Sembriamo in preda a un furore pedagogico incontrollabile e non ci rendiamo conto che, per educare esseri più empatici e “umani”, stiamo forgiando individui così intimamente vulnerabili da essere costantemente sull’orlo del collasso emotivo.
La società, con il suo altruismo di facciata e il suo insaziabile desiderio di proteggere la sensibilità, propria e altrui, ha dimenticato una delle leggi basilari della vita: senza attrito, non c’è sviluppo.
Per molti è un’evidenza da negare ma va detto chiaramente: l’eccesso di empatia si trasforma in un subdolo veleno che disintegra il carattere e uccide la personalità.
“Per essere in grado di pensare,” dice con raro acume lo psicologo Jordan Peterson, “devi poter rischiare di essere offensivo”.
Quando ogni piccolo insulto diventa una tragedia, quando ogni sfida è percepita come un’ingiustizia intollerabile, siamo di fronte alla paralisi emotiva: abbiamo confuso il concetto di benessere emotivo con l’idea che si debba evitare qualsiasi sofferenza.
Ogni angolo della nostra esistenza, a partire dalla famiglia, sembra ricoperto da morbida ovatta per garantire che nessuna singola anima possa mai provare quel lieve brivido di disappunto; ci si lamenta, con estrema autoindulgenza, di come ogni parola, ogni gesto, financo ogni sguardo possa essere interpretato come un assalto al nostro “io”.
Come possiamo aspettarci che le generazioni future fioriscano, quando le stiamo privando dell’ardua ma indispensabile capacità di gestire i conflitti, i disagi, le avversità?
Che modello stiamo offrendo ai nostri figli, se il nostro obiettivo è quello di preservarli da ogni forma di sofferenza, anche la più insignificante?
Abbiamo elevato l’empatia a idolo, a feticcio, fingendo di non sapere che ogni idolo ha i suoi lati oscuri e il lato oscuro dell’empatia è il vittimismo, che oggi ha raggiunto vette patologiche.
Insegnare alle nuove generazioni che ogni difficoltà è una tragedia o, peggio, che non hanno nessuna responsabilità personale e che la responsabilità è solo “collettiva”, li priva della magnifica opportunità di scoprire la propria forza e le proprie risorse interiori.
Essere davvero empatici non significa piegarsi sotto il peso delle emozioni altrui ma reggerle con eleganza senza farsi schiacciare. Come un raffinato tessuto che, per quanto delicato, può resistere al tempo se lavorato con maestria, così il carattere deve essere temprato, e la soluzione non è – come si potrebbe pensare leggendo le mie parole – meno empatia, bensì più saggezza nell’applicarla.
Smettiamola di inginocchiarci all’altare dell’empatia come se fosse l’unica virtù in grado di risanare le ferite sociali e personali, perché, senza la capacità di affrontare il disagio, l’empatia diventa una trappola mortale; così come, su un piano leggermente differente, l’eccesso di protezione uccide.
Siamo diventati una società che, per paura di offendere o di creare attriti emotivi, ha allevato individui che vedono nel conflitto non una sfida, ma un male da cui fuggire.
Non tutte le battaglie possono essere evitate.
Comprendere gli altri non basta; è necessario, in primis, sapere come affrontare il proprio mondo interiore, le proprie tempeste, senza crollare.
E per fare questo, dobbiamo abbandonare l’idea che la felicità perpetua sia l’unico obiettivo valido e accettare che la vita, in tutta la sua caotica complessità, comporta inevitabilmente dolore e difficoltà.
È il modo in cui rispondiamo alle sfide, al dolore e ai conflitti che determina la nostra forza psicologica e ci permette di crescere, non la capacità di evitarli.
Scontato?
Be’, guardatevi intorno…

