Siamo tutti immersi in questa feticistica era digitale (o post-digitale, ancora non l’ho capito), intrappolati in una sorta di proliferazione metafisica di etichette professionali, una babele terminologica che si propaga come un virus particolarmente tenace e, oserei dire, quasi “cefalopodico” nella sua capacità di estendere tentacoli semantici in ogni direzione possibile.
Ogni giorno, mentre scrolliamo con pollici sempre più abili e menti sempre più ottuse, ci imbattiamo in “Thought Leader della Trasformazione Digitale Orientata al Valore” o “Architetto Visionario di Ecosistemi Collaborativi basati sull’Empatia” e tutto ciò che riusciamo a fare è deglutire rumorosamente, sopraffatti da un senso di inadeguatezza straniante.
Provate a trascorrere quindici minuti su LinkedIn. Quindici minuti. Cronometrati. Non di più. E contemplate l’abisso che vi fissa di rimando. Profili professionali che sembrano generati da un algoritmo alieno e un po’ brillo, bio scritte con la pomposità irritante di chi crede che aggiungere sette aggettivi a un sostantivo lo trasformi immediatamente in qualcosa di unico. “Growth Hacker Olistico Specializzato in Stragie Non-lineari per Startup Disruptive in Fase Pre-seed con Focus sul Well-Being Aziendale”.
Qualcosa deve essere andato storto nei corsi di marketing che spiegano “il fattore differenziante” – e tu ti chiedi: ma questo tizio sa cambiare una lampadina? Sa farsi un panino? Sa distinguere un problema vero da uno che si è inventato per giustificare quel cazzo di titolo?
Questa fantasiosa, e a volte – lo ammetto – geniale iper-frammentazione del sapere, questa polverizzazione parossistica delle competenze, sta producendo una generazione di lavoratori simili a quegli insetti che sanno fare una cosa sola, magari anche maledettamente bene, ma se cambi anche solo di pochissimo le condizioni ambientali periscono in modo spettacolare e immediato. Come quei coleotteri amazzonici che hanno sviluppato un meccanismo perfetto per nutrirsi di un’unica specie di fungo che cresce esclusivamente sulla corteccia di uno specifico albero durante la stagione delle piogge. Ammirevole, certo. E tragicamente precario.
A mio avviso (e non solo mio), una società sana si basa su individui competenti, responsabili e sufficientemente versatili. Non su automi iper-specializzati programmati per ottimizzare metriche che non hanno alcun rapporto con la realtà umana concreta. Non su persone che hanno ridotto la propria identità professionale a… già, a cosa?
C’è un che di lovecraftiano nel modo in cui ci siamo convinti che definirci attraverso etichette sempre più esoteriche e impronunciabili sia sinonimo di successo, come se la complessità terminologica fosse proporzionale al valore reale. Come se chiamarti “Esperto in Dinamiche Trasversali di Engagement Multi-piattaforma” ti rendesse automaticamente più prezioso di un “Falegname” o di un “Idraulico”. A proposito, qualcuno conosce un buon idraulico? Lo sto cercando da mesi e non lo trovo. Ho un rubinetto che perde e il mio “Chief Happiness Officer” non può farci un cazzo.
Ora, il vero problema è che abbiamo creato un mercato del lavoro che premia ogni masturbazione semantica, ogni flatulenza verbale che chiamiamo “personal branding” (onomatopeica, nevvero?). Un mercato dove la capacità di inventare titoli roboanti è diventata più importante della capacità di risolvere problemi concreti. Dove le aziende assumono le persone basandosi su applicativi che intercettano parole-chiave uscite, probabilmente, da un generatore casuale di buzzword invece che su competenze reali e verificabili.
Così, mentre ci affanniamo a diventare specialisti di qualcosa che tra un paio d’anni sarà già obsoleto, perdiamo di vista ciò che davvero conta nel lungo termine: la capacità di adattarsi, di imparare, di reinventarsi. La capacità di guardare un problema da più angolazioni, di attingere a conoscenze diverse per trovare soluzioni innovative. In poche parole, ciò che ha permesso alla nostra specie di sopravvivere e prosperare per millenni.
Le aziende più innovative e di successo cercano sempre più spesso persone con una formazione multidisciplinare, con un pensiero divergente, con quella che potremmo chiamare una “specializzazione della non-specializzazione”. Persone che sanno navigare l’ambiguità, che possono fare da ponte tra mondi apparentemente distanti.
Quindi la prossima volta che siete tentati di aggiungere l’ennesimo aggettivo esoterico al vostro titolo LinkedIn, fermatevi e chiedetevi: questo mi renderà davvero più prezioso agli occhi di legge? O sta solo costruendo una gabbia dorata sempre più stretta, sempre più soffocante, sempre più fragile?
È chiaro, vero, che più ti iperspecializzi e più diventi vulnerabile ai cambiamenti?
E allora forse è il caso di rivedere questo paradigma dell’iperspecializzazione. Di tornare a valorizzare la versatilità, la capacità di connettere i puntini, di vedere il quadro d’insieme. Di smettere di confondere la complessità terminologica con la competenza reale.
Ciò che conta davvero non è quanto suona impressionante il tuo titolo su LinkedIn, ma quanto sei stato capace di adattarti, crescere e contribuire in modo permanente alla trasformazione, tua e di chi gravita nella tua sfera relazionale.
E ora scusatemi, devo aggiornare il mio profilo. Da oggi sono un “Analista Destrutturalista di Paradigmi Professionali con Focus sulla Decostruzione Semiotica delle Bio LinkedIn”.
O forse, più semplicemente, uno che ha capito che meno parole usi per descriverti, più probabilmente hai qualcosa di sostanziale da dire.
P.S. Un momento di reverente silenzio per tutti coloro che conseguirono il master in “Gestione Strategica dei Sistemi di Trasmissione Fax” nel biennio 1997-1999, convinti che avrebbero dominato il mondo della comunicazione aziendale per i decenni a venire.

