La sceneggiatura smarrita: appunti disordinati sul ritrovare se stessi

Prima o poi, arriverai ad ammetterlo anche tu. Magari non oggi, magari non domani, ma un giorno dovrai confessare a te stesso che la storia della tua vita ha preso una piega che non avevi minimamente preventivato.

Un giorno eri il protagonista di un Bildungsroman dal finale prevedibilmente trionfale e quello dopo ti sei ritrovato nel bel mezzo di una narrazione kafkiana dove persino la tua identità sembra essere stata riscritta da uno sceneggiatore con un discutibile senso dell’umorismo e una sadica propensione per i colpi di scena gratuiti.

Il filo della storia si è spezzato. O meglio, si è ingarbugliato in un nodo gordiano di proporzioni epiche.

Ma niente panico.

(Ok, forse un po’ di panico è giustificato, ma teniamolo a livelli gestibili).

Proviamo ad affrontare la cosa da un’altra prospettiva.

Quella storia perfettamente lineare che avevi immaginato per te stesso era soltanto una dolce, confortante, rassicurante fantasia. La vita reale non procede per capitoli ordinati con titoli eloquenti e climax emotivi posizionati esattamente a due terzi della narrazione. La vita reale è più simile a uno di quei romanzi postmoderni dove i capitoli sono fuori sequenza, il narratore è inaffidabile e ci sono pagine lasciate intenzionalmente bianche nel bel mezzo di paragrafi cruciali.

Ti sei perso. Ammettilo. E va bene così.

Ora, permettimi di fare una digressione apparentemente irrilevante ma che prometto riallaccerò al tema principale: hai mai provato a seguire le istruzioni per montare un mobile IKEA dopo aver accidentalmente mischiato i fogli di due prodotti diversi?

Ecco, la sensazione di guardare quegli schemi incomprensibili cercando disperatamente di capire come l’anta di un KLEPPSTAD possa connettersi a un GODISHUS quando in realtà stai montando un SONGESAND, è sorprendentemente simile a quella di chi ha smarrito il filo della propria narrazione esistenziale.

Ma torniamo a noi. Al tuo filo spezzato. Alla storia interrotta.

La prima cosa da comprendere è che il filo non si è mai davvero perduto. Si è solo trasformato in qualcosa di diverso da ciò che ti aspettavi. La tua storia non è finita: ha semplicemente virato in una direzione che il tuo GPS interiore non aveva calcolato.

“Ma io voglio QUELLA storia!”, protesti con comprensibile veemenza. “Quella che avevo immaginato. Quella dove a quest’ora sarei già [inserire qui il tuo personale scenario ideale: CEO di una start-up di successo / scrittore di bestseller / genitore realizzato / viaggiatore instancabile / proprietario di un café letterario a Parigi / ecc.]

Ti capisco. Davvero. Conoscono bene quello che stai passando. È piuttosto destabilizzante vedere la propria narrazione personale deragliare dai binari che avevamo così meticolosamente tracciato nella nostra mente. È come se avessimo perso non solo una possibilità futura, ma anche una parte della nostra identità – quella parte legata a chi pensavamo saremmo diventati.

Ora ti propongo un cambio di paradigma, che ti prego di considerare con tutta la serietà che merita nonostante io lo stia per esprimere con parole vagamente ridicole: e se il filo perduto fosse in realtà un’opportunità di intrecciare una trama più interessante?

Pensa alle grandi storie che ami. Sono davvero storie lineari senza ostacoli o deviazioni? Storie di protagonisti che ottengono esattamente ciò che vogliono nel preciso momento in cui lo desiderano? Storie di piani che si realizzano alla perfezione senza imprevisti?

Ovviamente no. Sarebbero narrazioni di una noia mortale, peggio di un romanzo di Carofiglio. “Tizio voleva X, ha lavorato sodo seguendo i 7 step del successo e ha ottenuto proprio X!”

Fine. Chiudi il libro. Chiedi il rimborso.

Le storie che ci catturano sono quelle dove il protagonista perde costantemente il filo, lo ritrova in luoghi inaspettati, lo perde di nuovo, e nel processo scopre che stava cercando il filo sbagliato fin dall’inizio.

Fermo lì. Non sto suggerendo che dovresti essere GRATO per le delusioni, i fallimenti, i cambi di rotta forzati. L’idea che ogni difficoltà sia una “benedizione mascherata” è una di quelle frasi fatte pessimamente interpretate (e citate fuori contesto).

Sto suggerendo, piuttosto, che il concetto stesso di “perdere il filo” andrebbe riconsiderato. Non come un fallimento catastrofico, ma come una tappa inevitabile di qualsiasi narrazione che aspiri ad essere autenticamente umana.

Ecco, allora, alcuni approcci poco ortodossi per “recuperare il filo”, quando la tua storia sembra aver preso una tangente incomprensibile.

1. Abbraccia l’improvvisazione.

I migliori jazzisti non seguono uno spartito rigido, nemmeno nell’esposizione del tema; rispondono in tempo reale a ciò che sta accadendo intorno a loro. Forse la tua vita non ha bisogno di un copione dettagliato, ma di una maggior capacità di improvvisare sulla base dei temi fondamentali che ti stanno a cuore.

2. Riconosci che sei simultaneamente l’autore, il protagonista e il critico letterario della tua storia.

Come autore puoi riscrivere, come protagonista puoi agire, come critico puoi reinterpretare. Il segreto è non lasciare che una sola di queste voci domini completamente il discorso.

3. Il filo non si recupera riavvolgendo la pellicola.

Non esiste un “rewind” esistenziale che ti permetta di riavvolgere il nastro fino al punto esatto in cui la narrazione ha preso la piega che non volevi. Il filo si recupera solo andando avanti, integrando ciò che è accaduto in una nuova versione della storia.

4. Accetta che alcune parti della tua storia rimarranno sempre incompiute.

Ci saranno sottotrame abbandonate, personaggi che escono di scena senza una adeguata conclusione, domande senza risposta. Fa parte della struttura caotica e incredibilmente affascinante della narrazione umana.

5. Pratica l’editing retrospettivo.

La capacità di guardare indietro e dire “Ah, quello non era un errore, era in realtà un elemento cruciale per arrivare dove sono ora” non è autoinganno – è arte della riflessione e della comprensione applicata alla narrativa della vita.

C’è una verità ulteriore che i venditori di soluzioni facili non ti diranno mai ed è che forse non si tratta nemmeno di “recuperare” il filo, quanto di riconoscere che esistono infiniti fili – e dunque: trame – possibili, e il filo che stai seguendo ora ha una sua dignità e una sua bellezza, anche se non è quello che avevi originariamente immaginato.

La tua storia – quella vera, non quella di fantasia – è più simile a un rizoma che a una linea retta. Si dirama in direzioni imprevedibili, a volte torna su se stessa, occasionalmente sembra perdersi in vicoli ciechi che poi, con lieta sorpresa, si rivelano passaggi segreti verso ricchi territori inesplorati.

E forse, in questa apparente confusione narrativa, in questo intreccio disordinato di eventi, scelte, coincidenze e conseguenze impreviste, c’è una coerenza più profonda e più vera di quella che avresti potuto pianificare.

Forse il filo non si è mai davvero spezzato. Si è solo trasformato in qualcosa di più complesso e sfaccettato: una trama.

E le trame, a differenza dei semplici fili, hanno la meravigliosa capacità di raccontare storie che vale la pena vivere. Fino in fondo.

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