Leadership post-ipocrita: se gli altri non crescono, tu non esisti

Siamo visceralmente, patologicamente e spesso inconsciamente infatuati dall’idea di essere leader e allo stesso tempo ignoriamo, con entusiasmo adolescenziale, l’unica metrica che conta veramente: il profitto che gli altri traggono dalla nostra presunta leadership.

Credo sia importante iniziare a smantellare questo edificio di autocompiacimento emotivo e comincerò con un’osservazione tanto banale quanto codardamente evitata nelle discussioni sulla leadership contemporanea: se le persone non traggono un grande profitto dalla tua leadership, forse – e sottolineo forse con la stessa enfasi cauta con cui si potrebbe dire che forse il sole sorgerà domani – non sei un grande leader.

È un’affermazione di una semplicità quasi puerile, eppure risulta curiosamente indigesta per la classe dirigente moderna, intellettualmente “obesa” di teorie e terminologia manageriale, ma, di fatto, “anoressica” per quanto riguarda i risultati concreti.

L’autoillusione preterintenzionale del leader moderno

La leadership moderna è diventata un culto dell’ego traboccante di aforismi motivazionali e retorica spiccia che, come bolle di sapone colorate, si dissolvono al primo contatto con la realtà quotidiana. Siamo circondati da orde di “leader visionari” le cui visioni, stranamente, sembrano manifestarsi solo sotto forma di bonus annuali e premi, mentre le persone languono in un inferno burocratico di riunioni inutili e obiettivi vaghi.

Questa discrepanza ipocrita tra narrativa e realtà è il frutto della nostra incapacità di accettare che la leadership non è solo un attributo personale, ma anche e principalmente una funzione relazionale misurabile attraverso l’impatto sugli altri.

Il leader mediocre, avviluppato nella sua bolla di autoesaltazione narcisistica, contempla il proprio riflesso nell’acqua stagnante dei feedback positivi più o meno estorti, ignorando lo spaventoso precipizio della realtà che lo circonda – e qui è interessante notare come le organizzazioni abbiano sviluppato interi sistemi di valutazione che misurano praticamente tutto tranne questa metrica fondamentale: tonnellate di KPI, analisi, report e grafici che, con precisione scientifica, evitano sistematicamente la domanda più importante: “Le persone stanno traendo reale profitto dalla leadership attuale?”.

La metrica del profitto altrui

Considerare il “profitto altrui” come metrica della leadership è un esercizio di umiltà quasi intollerabile per l’ego moderno, ma è l’unico approccio che resiste alla prova dell’onestà intellettuale.

Notate come non stia parlando di “profitto” in senso meramente economico – sarebbe una riduzione grossolana. Parlo di profitto esistenziale, un guadagno netto in termini di:

  • Crescita personale e professionale
  • Autonomia ed empowerment
  • Capacità di affrontare la complessità
  • Resilienza di fronte all’inevitabile caos dell’esistenza
  • Autocoscienza e responsabilità individuale

Quando osserviamo la leadership attraverso questa lente spietatamente pragmatica, la maggior parte dei “grandi leader” si rivelano essere poco più che mediocri amministratori di status quo (o di condominio), abili manipolatori di percezioni, o, nei casi più miserevoli, semplici parassiti organizzativi con un vocabolario infiocchettato di termini alla moda.

Evitare la responsabilità

Ora, ciò che rende questa discussione particolarmente fastidiosa è il fatto che essa implica una responsabilità ineludibile: se la tua leadership, come dicevo all’inizio, non produce profitto per gli altri, non puoi più nasconderti dietro il velo fumoso delle “circostanze avverse” o della “resistenza al cambiamento”.

La leadership autentica ha un carattere profondamente trasformativo e inevitabilmente si manifesta in risultati tangibili. Non è un caso che i veri leader – quelli che raramente si autodefiniscono tali – lascino dietro di sé una scia di persone evolute, potenziate, migliorate.

L’assenza di questo impatto positivo non è una sfortuna cosmica o una coincidenza statistica, ma un vero e proprio indicatore diagnostico della qualità della tua leadership.

Il cinismo come primo passo verso l’autenticità

Ammettere che la maggior parte della leadership moderna è un esercizio di vanità non è cinismo – è il primo passo verso l’autenticità. Il cinismo viene dopo, quando realizzi che molti leader sanno perfettamente di essere inefficaci ma continuano a perpetuare la farsa per mantenere privilegi e status.

Questa consapevolezza può essere paralizzante o liberatoria, a seconda della tua disposizione caratteriale (e della tua onestà intellettuale). Da un lato, ti costringe a confrontarti con la possibilità che tutto il tuo edificio di autoidentificazione professionale sia costruito su fondamenta di sabbia retorica. Dall’altro, offre un’opportunità rara di reinventare la tua leadership basandola su valutazioni reali e significative.

Se le persone intorno a te non stanno crescendo, non stanno diventando più capaci, più autonome, più responsabili – se non stanno, in breve, traendo un profitto esistenziale dalla tua leadership – allora la diagnosi è chiara: forse non sei il leader che pensi di essere.

Riconoscere i limiti della propria leadership è il primo passo per trascenderli. Solo quando abbandoniamo l’illusione confortevole di essere già ciò che aspiriamo a diventare, possiamo finalmente iniziare il vero lavoro di trasformazione. Ed è proprio in questo momento di crisi – nell’abbandono dell’autoinganno e nell’accettazione della nostra Ombra – che inizia l’autentico viaggio verso la leadership.

P.S. Permettetemi di sottolineare con forza che questo non è un invito all’autocommiserazione o alla messa in mostra delle vulnerabilità (non se ne può davvero più di ‘sta roba), bensì un richiamo a una responsabilità più profonda. La leadership non è un titolo da conquistare ma una pratica quotidiana di servizio e trasformazione. E come ogni pratica significativa, inizia con un’onesta valutazione di dove ti trovi ora.

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