“L’orologio non sa che ore sono”

La psiche umana, nella sua magnifica complessità, ha un’innata propensione a cercare spiegazioni, operare categorizzazioni e creare tassonomie. Certo, questo impulso epistemologico ha prodotto una marea di cose utili e interessanti. Ma c’è un limes, un confine oltre il quale la smania esplicativa e divulgatrice diventa una sorta di nevrosi collettiva, una coazione a ripetere degna del miglior Freud in versione pop.

Permettetemi una digressione poco ortodossa: l’ossessione per l’evidenza scientifica somiglia terribilmente alla sindrome dell’amante abbandonato che continua a controllare compulsivamente il profilo social dell’ex. Più scrutiamo, meno vediamo. Più accumuliamo dati, più ci sfugge tutto ciò che non è spiegabile coi dati.

Il self-help sa supermercato ci propina continuamente l’idea di “misurabilità” e, di conseguenza, ci dice che tutto è ottimizzabile. Tracciamo il sonno, quantifichiamo i passi, monitoriamo il battito. Questa bulimia di metriche ci ha forse avvicinato alla felicità? Alla realizzazione dei nostri sogni? Oppure ha solo creato una generazione di nevrotici che confondono la mappa con il territorio?

La magia esiste – accade quando abbandoniamo questa idolatria scientifico-metodologica e ci apriamo all’esperienza diretta, non mediata. Quando smettiamo di chiedere “perché funziona?” e ci limitiamo a osservare che funziona. È in questo spazio di sospensione del giudizio analitico che emerge ciò che i greci chiamano kairòs – il momento opportuno, l’istante pregnante che sfugge alle maglie della cronologia lineare.

L’inconscio collettivo – termine che qui uso con deliberata provocazione nei confronti dei riduzionisti – contiene schemi, simboli e strutture che precedono e trascendono la nostra capacità di formalizzazione scientifica. Il linguaggio dei sogni, le sincronicità junghiane, le epifanie estetiche: tutti fenomeni che resistono eroicamente alla mannaia dell’analisi quantitativa.

E gli stati alterati di coscienza? Dalla meditazione profonda all’esperienza estatica, passando per gli stati di flow durante una performance artistica o sportiva – sono tutti momenti in cui la dicotomia soggetto-oggetto collassa e il tempo si distorce. La scienza balbetta spiegazioni parziali mentre l’esperienza vissuta rimane ineffabile, totalmente refrattaria alla descrizione in termini di correlati neurali.

Vi invito a provare questo: la prossima colta che sarete testimoni di un fenomeno che vi emoziona profondamente – che sia l’aurora boreale o semplicemente lo sguardo di un bambino stupito che scopre qualcosa per la prima volta – resistete all’impulso di analizzarlo, spiegarlo e fotografarlo per i social. Limitatevi ad abitare quell’esperienza con piena presenza. Abbandonate temporaneamente il bisogno di comprendere e lasciatevi comprendere dal fenomeno stesso.

Questa docta ignorantia – per citare Niccolò Cusano – non è affatto un invito all’oscurantismo o all’anti-intellettualismo. È piuttosto un riconoscere i limiti intrinseci del metodo scientifico, per aprirsi a modalità complementari di conoscenza.

La magia di cui parlo non è quella dei veggenti televisivi, bensì la riscoperta della meraviglia primordiale, dell’incanto dell’esperienza che precede ogni tentativo di spiegazione.

D’altronde, come diceva un mio vecchio professore, “la scienza è come un bambino che smonta un orologio: riesce a vedere tutti i pezzi di cui è composto ma non capisce mai veramente come funziona quando è integro.” E comunque, aggiunse mentre si versava l’ennesimo bicchiere di un terribile vino da tavola, “l’orologio non sa che ore sono.”

Ogni tanto sarebbe bene abbandonare il bisogno compulsivo di spiegare e arrendersi all’evidenza che alcuni fenomeni funzionano senza il nostro permesso. Del resto, sapere esattamente come funziona l’innamoramento a livello neurochimico vi ha fatto innamorare meglio? Conoscere la composizione molecolare del cioccolato ne ha mai migliorato il sapore?

La vera conoscenza, a mio avviso, non sta nell’accumulare dati e spiegazioni, ma nel saper vivere tra logos e mythos, tra la precisione dell’analisi e l’abbandono estatico all’esperienza; sta nel rimanere sospesi sull’abisso dell’ignoto senza l’ansia compulsiva di riempirlo di parole, concetti e teorie.

Conoscete tutti, immagino, quel vecchio paradosso zen del millepiedi e della formica: quando la formica gli chiese di spiegare come facesse a coordinare tutte quelle zampe, il millepiedi cominciò a pensarci – e, da quel momento, non riuscì più a camminare.

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