In Italia, c’è una frase che, più di altre, riecheggia negli uffici e negli angoli di strada, nei dialoghi familiari e nei salotti: “Oh, ma chi ti credi di essere?”.
Praticamente un insopportabile mantra quotidiano.
Un mantra assurto a emblema della mediocrità, utilizzato per riportare nel rassicurante anonimato del recinto di gruppo chiunque osi anche solo provare ad elevarsi oltre il brumoso conformismo del quotidiano.
Questo mantra ha una funzione ben precisa nella psiche collettiva: stroncare sul nascere ogni tentativo di emergere; l’italiano medio sembra non riuscire a tollerare che qualcuno emerga e che si innalzi sopra la massa-gregge.
Il mediocre nasconde una sorta di paura esistenziale che si manifesta nella ribellione contro la possibilità che qualcuno abbia davvero il coraggio di aspirare a qualcosa di più.
Nietzsche avrebbe identificato questa tendenza come parte di quello che chiamava resentiment, il sentimento che l’uomo mediocre prova verso chi identifica come “superiore”.
Non si può accettare l’idea che esistano individui straordinari perché questo implicherebbe una verità difficile da ingoiare: la responsabilità dei risultati che otteniamo è soltanto nostra.
È molto più facile deridere l’eccellenza che provare a raggiungerla.
Il “Si” (Das Man) della società (e qui cito Heidegger) stabilisce le regole della mediocrità, soffocando ogni anelito all’autenticità individuale e alla trascendenza, così l’individuo diventa prigioniero di un’esistenza inautentica, dove il conformismo e la paura del giudizio altrui prevalgono su ogni tentativo di autoaffermazione.
Di fronte a un’epoca che, come la nostra, tentava di riportare a terra ogni gesto “eroico”, Lord Byron incarnava il rifiuto della mediocrità e, alla domanda “Chi ti credi essere?”, sono certo che avrebbe risposto, sorridendo: “Me stesso, e ciò basta”.
Il paradosso è che questa domanda è in realtà una trappola anche per chi la pronuncia.
La società italiana, o almeno una parte significativa di essa, con la sua cultura profondamente radicata nel “farsi piccolo” e nell’evitare il protagonismo, si è costruita una gabbia invisibile che soffoca ogni impulso di creatività e diversità.
È l’apoteosi del quieto vivere, del piattume come stile di vita, quasi un meccanismo di difesa collettivo contro l’incubo della vera libertà.
Chi si lascia abbattere da questa “domanda”, chi smette di credere nel proprio potenziale, si condanna a vivere un’esistenza infinitamente più misera di quanto potrebbe essere, rifugiandosi nella falsa sicurezza dell’anonimato.
Ma a quale prezzo?
Ci viene in aiuto ancora Nietzsche: “chi combatte con i mostri deve guardarsi dal diventare egli stesso un mostro”: se ti lasci trascinare dal coro del “chi-ti-credi-di-essere”, rischi di diventare il tuo stesso carnefice, prigioniero di una plumbea mentalità che distrugge ogni scintilla di ambizione.
La soluzione a questa tragedia della mediocrità non può essere trovata nella ribellione superficiale o nella vuota ostentazione di un ego ipertrofico; risiede, invece, in quella che Jung chiamava “individuazione”.
La strada verso la realizzazione – qual che sia il significato che ognuno di noi attribuisce alla parola – non passa attraverso il conformismo, ma attraverso il coraggio di essere se stessi: “occorre diventare ciò che si è”.
Ecco l’atto di suprema sfida alla mediocrità che ci circonda: non rispondere alla domanda, ma ignorarla e vivere con tale passione da farla sembrare irrilevante.
È la sola risposta possibile.

