È una verità brutale, che si scontra frontalmente con il nostro desiderio di proteggere chi amiamo dal dolore e dalle difficoltà.
Ma proteggere troppo significa paralizzare: la crescita e il cambiamento richiedono attrito, il miglioramento si nutre di sfide.
E nessuna sfida è mai indolore.
La nostra cultura è ossessionata dalla comodità, l’evitamento della sofferenza è diventato una missione esistenziale; in questo tentativo di erigere mura contro il dolore, costruiamo prigioni invisibili attorno alle persone.
I muri che dovrebbero proteggerle, in realtà, le soffocano.
Privarle della loro sofferenza è negare loro la possibilità di evolvere.
La sofferenza è il fuoco che forgia il carattere o, per dirla con un motto caro a Gabriele D’Annunzio, dant vulnera formam.
Ogni volta che il figlio incontra un ostacolo, la madre iperprotettiva interviene per risolvere il problema; quando il bambino è a scuola e ha difficoltà con un compito, la madre completa il lavoro per lui o, peggio, è pronta ad aggredire i professori in caso di brutti voti; e quando sorge un conflitto con i compagni, la madre parla direttamente agli insegnanti per “aggiustare” la situazione.
Qual è il risultato?
Il bambino cresce incapace di relazionarsi alle proprie difficoltà, di far fronte al disagio.
Ogni piccolo ostacolo, che sarebbe stato un’opportunità di crescita, viene trasformato in una lezione mancata.
La madre non lo ha salvato dal dolore, lo ha condannato all’incapacità.
La sofferenza non è il nemico. Il vero nemico è l’illusione di poterla evitare.
L’evoluzione personale non è frutto della fuga dal dolore, ma il risultato dell’averlo affrontato con coraggio e perseveranza: le vette della nostra crescita sono inaccessibili senza il sacrificio, senza quel cammino accidentato che ci rende più forti ad ogni passo.
Mi è capitato un caso di un giovane ingegnere il cui responsabile, vedendo la sua insicurezza, lo proteggeva continuamente: lo sollevava da compiti troppo complessi, interveniva in aiuto ad ogni minima difficoltà, lo incoraggiava senza sosta con frasi positive ma prive di contenuto concreto.
Apparentemente tutto questo sembra lodevole.
In realtà, stava privando il suo collaboratore della possibilità più preziosa che abbiamo: la possibilità di apprendere dall’esperienza.
Ogni sfida evitata è un’occasione persa per acquisire fiducia in se stessi.
Lascia che i tuoi figli o i tuoi collaboratori falliscano: tu sei lì per guidarli, non per proteggerli, per aiutarli a capire cosa non ha funzionato e come migliorare la volta successiva.
Non si tratta di gettarli in pasto ai lupi, ma di permettere loro di cadere per poi aiutarli a rialzarsi, più forti e più consapevoli.
Quando ci sforziamo di privare gli altri delle loro lotte, non stiamo agendo per il loro bene, ma per il nostro.
Ecco perché non possiamo salvare le persone dalla sofferenza: semplicemente perché non possiamo salvarle dalla vita.
Le persone che non affrontano il dolore necessario non crescono, non maturano, restano incagliate in una mediocrità sterile, una terra desolata priva di vera realizzazione.
In una parola, restano persone incompiute.
La sofferenza è l’alambicco che distilla l’anima e privare qualcuno di questa alchimia significa negargli la possibilità di trasmutare la fragilità in forza.
Non possiamo arrestare il corso della vita, né eliminare i suoi morsi più amari.
Ma possiamo mostrare come ogni ferita può diventare cicatrice e ogni cicatrice simbolo di rinascita.

