Perché troviamo confortevole rimanere nel nostro disagio?

Ci sono cinque piccoli granchietti intrappolati in secchio. Il secchio non ha coperchio, quindi potrebbero arrampicarsi e uscire in qualunque momento. Ma non lo fanno. Pare che stiano bene lì: hanno mappato il loro territorio. Conoscono ogni centimetro quadrato di quel secchio, hanno persino stabilito una gerarchia e si nutrono del cibo che, più o meno regolarmente, cade dall’alto. Il secchio è diventato il loro ordine, il loro cosmos. Fuori c’è solo il caos.

Questa è una delle prime cose da capire sul comportamento umano: preferiamo un inferno prevedibile a un paradiso sconosciuto. E non è solo una metafora.

Nel suo fondamentale “12 Regole per la Vita”, Jordan P. Peterson racconta delle aragoste, che esistono da 350 milioni di anni e hanno un cervello sorprendentemente simile al nostro in termini di struttura e neurochimica. Quando un’aragosta viene sconfitta in una battaglia per il dominio del territorio, i suoi livelli di serotonina crollano drammaticamente. Diventa letteralmente un’aragosta depressa. Si chiude in sé e smette di combattere.

Ma cosa succederebbe se potessimo dare all’aragosta un antidepressivo che aumentasse i livelli di serotonina? Si schiuderebbe e riprenderebbe a combattere.

Ho citato questo passaggio perché è molto più di una semplice curiosità biologica. È una finestra sulla natura fondamentale degli esseri viventi. Siamo, per natura, creature gerarchiche: molto del nostro comportamento è orientato al mantenimento della nostra posizione nelle gerarchie sociali che abitiamo.

Conversando a cena con un amico che di mestiere fa lo psicoterapeuta, si venne a parlare di una sua cliente che, da oltre 17 anni, rimaneva intrappolata in un matrimonio palesemente tossico. “Se lo lascio, chi sarò io?” si chiedeva.

Quella donna temeva la “caduta” nella gerarchia sociale più della sua stessa sofferenza quotidiana. Aveva costruito un’identità attorno al suo ruolo di “moglie” (e martire), di colei che deve “sopportare pazientemente”. Per quanto dolorosa fosse questa identità, era pur sempre la sua identità. Abbandonarla avrebbe significato precipitare nell’ignoto o, meglio, nell’indefinito.

Un altro esempio. Un bambino di quattro anni viene messo a letto. La stanza è buia. Sente un rumore. “C’è il mostro sotto il letto!” pensa. È terrorizzato, ma non osa muoversi. Non chiama nemmeno i genitori. Rimane immobile, trattenendo il respiro. Perché?

Perché ha già mappato la minaccia. Sa esattamente dov’è il mostro: sotto il letto. Finché resta perfettamente immobile nella sua posizione, può gestire la paura. Tentare di allontanarsi significherebbe rischiare di esporre una gamba o un’altra parte del corpo al mostro.

L’ignoto è infinitamente più terrificante del mostro localizzato.

Gli adulti fanno esattamente la stessa cosa con le loro paure. Rimangono in situazioni di disagio o di sofferenza perché hanno mappato quel disagio o quella sofferenza, o, per dirla in maniera più semplice, “hanno preso le misure”. L’alternativa è un territorio non mappato, ignoto, e il cervello reagisce all’ignoto con un’ondata di ansia paralizzante.

Mi capita di frequente di lavorare con clienti che fanno lo stesso mestiere da decenni, pur odiandolo. “Non posso cambiare. Ho delle responsabilità. Il muto, i figli, il criceto…”. Quando li spingo a scavare più a fondo, salta fuori un’altra verità: non è il mutuo a trattenerli. È il terrore di scoprire che, anche con nuovo lavoro, sarebbero comunque infelici. Nella loro condizione attuale hanno almeno un capro espiatorio: il lavoro, appunto. Se cambiassero e si rendessero conto di essere ugualmente infelici, dovrebbero affrontare l’ipotesi che il problema non è il lavoro. Il problema sono loro stessi.

Meglio una risposta sbagliata che nessuna risposta, no?

Immaginate Teseo che entra nel labirinto per affrontare il Minotauro. E ora provate a considerare questo: se qualcuno vivesse da così tanto tempo in quel labirinto da averlo mappato completamente? Da conoscere ogni svolta, ogni vicolo cieco. E se avesse imparato esattamente quando e dove appare il Minotauro, come evitarlo e come sopravvivere?

Per questa persona uscire dal labirinto significherebbe abbandonare una serie di preziose competenze acquisite con fatica e sofferenza. Fuori dal labirinto, queste abilità non servirebbero più e la persona diventerebbe solo un altro essere umano ordinario, senza abilità speciali. Dentro il labirinto, invece, è un esperto.

Questo è il motivo per cui le persone rimangono in situazioni disfunzionali: hanno investito così tanto tempo nell’imparare a “cavarsela” in quelle situazioni che abbandonarle significherebbe buttare via le competenze e rinunciare alla propria “specializzazione”.

Ho conosciuto un brillantissimo ingegnere che per circa quindici anni ha lavorato in un ambiente altamente tossico, dove, peraltro, veniva costantemente svalutato. Quando finalmente trovò il coraggio di licenziarsi, cadde in una forte depressione. Non perché gli mancasse il lavoro, ma perché gli mancava la sua identità di “vittima resiliente”. Aveva costruito così tanto della sua narrazione personale attorno al “sopravvivere” in quell’ambiente, che ora, senza di esso, si sentiva anche privo di scopo.

C’è una ragione per cui i primi cartografi disegnavano mostri marini nelle aree inesplorate dell’oceano: l’ignoto è sempre stato, per il cervello umano, popolato di pericoli immaginari.

Come si esce da questa trappola? Come si convince un’aragosta depressa a lottare di nuovo? Come si persuade il bambino che il mostro sotto il letto è meno pericoloso dell’immobilità?

Inizia con piccoli passi verso l’ignoto. Ogni volta che sopravvivi a un’incursione nell’incertezza, il tuo cervello registra questo: “Ho affrontato l’ignoto e sono sopravvissuto”. Ogni passo successivo espanderà la tua mappa, rendendo l’ignoto un po’ meno terrificante.

L’ignoto non diventa “meno ignoto”. Sei tu che diventi più fiducioso nella tua capacità di affrontarlo.

Quando ti trovi immerso nel caos, la prima azione concreta da fare è creare un piccolo spazio di ordine. Un piccolo territorio all’interno del caos che puoi controllare completamente. Perché il tuo stato attuale non è l’unico stato possibile.

Le persone non hanno bisogno di conforto. Hanno bisogno di significato. E spesso trovano questo significato nell’atto di sopportare la sofferenza per un ipotetico scopo più grande.

Quanti rimangono in un matrimonio infelice “per i figli”? E cosa succederà quando i figli saranno grandi e lasceranno casa – e, soprattutto, cosa è successo nel frattempo? La crisi diventa esponenziale. La loro sofferenza aveva uno scopo: i figli. Ora quello scopo non c’è più. È rimasta solo la sofferenza.

Nessuno abbandona le situazioni dolorose solo perché sono dolorose. Deve avere un ponte verso qualcos’altro, qualcosa che offra almeno lo stesso livello di significato che ha la sua sofferenza.

Concludo con questa immagine. In molte mitologie, l’eroe deve affrontare il drago per conquistare il tesoro (quale che sia il tesoro). Il drago simboleggia, ovviamente, l’ignoto. Il tesoro rappresenta il potenziale che può essere realizzato solo sconfiggendo il drago.

La maggior parte delle persone preferisce immaginare il drago piuttosto che affrontarlo. Il punto è che, finché non lo affrontano, il drago cresce sempre di più.

Più a lungo aspetti, più la tua immaginazione si arricchisce e rende il drago sempre più grande e spaventoso.

La realtà dell’ignoto non è mai spaventosa quanto la fantasia dell’ignoto. E l’unico modo che abbiamo per capirlo è farne esperienza diretta. Fare, cioè, quel primo, piccolissimo e tremante passo oltre il confine della nostra mappa attuale.

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