Il management contemporaneo è diventato un esercizio di autoflagellazione mascherato da “cultura della performance”.
Le aziende chiedono ai propri manager di essere simultaneamente strateghi visionari, contabili spietati, psicologi motivazionali, innovatori dirompenti e babysitter di adulti annoiati.
Tutto questo mentre qualche pezzo grosso dall’alto taglia il budget con la grazia di un macellaio.
Mi chiedo: qual è l’ineffabile momento in cui abbiamo deciso collettivamente che un essere umano dovesse possedere questa pletora di capacità senza mai collassare sotto il peso della propria inadeguatezza?
La matematica aziendale moderna è davvero affascinante:
“Prendi quello che hai fatto l’anno scorso. Aggiungici un 20% di risultati. Sottrai un 15% di risorse. Moltiplica per l’innovazione. Dividi per il benessere del personale. Fai crescere il business.”
Insomma, è come chiedere a un pittore di replicare la Cappella Sistina usando un pennello da trucco e una boccetta di smalto per le unghie, ma “ehi, l’anno scorso hai fatto un bel disegnino con la tempera quindi sappiamo che puoi farcela!”
Ti ritrovi così intrappolato in questa dimensione parallela in cui i confini tra realtà fisica e psicologica vengono piegati fino allo strazio. Devi navigare in un mare di paradossi.
“Motiva il tuo team!” urlano i manuali di leadership scritti da chi non ha mai gestito un team – come se la motivazione fosse un interruttore che puoi accendere quando il morale è ai minimi storici.
Ora, permettimi una considerazione banale: se il tuo team è demotivato, be’ ci deve essere un motivo, no?
Magari è passato attraverso due ristrutturazioni in un anno o forse i membri sono consapevoli che il loro lavoro potrebbe essere rimpiazzato dalla AI, o, più semplicemente, hanno capito che mentre vengono esortati a dare “il meglio di sé”, la loro busta paga è rimasta congelata all’era glaciale.
E tu devi fare la quadratura del cerchio: estorcere entusiasmo da persone che sono emotivamente esauste quanto te.
Poi ti arrivano dall’alto con “Dobbiamo innovare!” mentre, allo stesso tempo, castrano ogni tentativo di cambiamento reale con gli evergreen “abbiamo sempre fatto così” e “interessante, ma è troppo rischioso in questo momento”.
Però tu devi essere il mago che estrae conigli innovativi da un cappello vuoto.
E tutto questo gestendo la loro ossessione patologica per l’efficienza, una malattia mentale collettiva che ha convinto le aziende che si possa sempre “ottimizzare” qualcosa.
L’efficienza è diventata il nuovo Dio pagano a cui sacrifichiamo il nostro benessere.
Il manager, oggi, deve coltivare il culto dell’efficienza: ogni secondo va contabilizzato, ogni energia incanalata verso l’obiettivo, ogni pensiero monetizzato.
Ma nessuno vuole sentirsi dire che l’efficienza ha un limite. Puoi spremere un’arancia fino a un certo punto, poi rimane solo la buccia.
Come “muoversi”, allora, in questo scenario drastico?
#1 Riconosci l’assurdità della situazione
Riconoscere la follia di un sistema è il primo passo verso la sanità mentale. Non sei tu ad essere inadeguato, è la situazione ad essere strutturalmente impossibile.
#2 Impara a dire NO
Non tutti i problemi devono essere risolti. Non tutte le richieste meritano la tua attenzione. Impara a distinguere tra ciò che è veramente importante e ciò che è solo rumore esistenziale mascherato da urgenza.
#3 Riappropriati del tuo valore
Il tuo valore non è determinato dal raggiungimento di KPI impossibili o dal soddisfare aspettative irrazionali. La tua dignità non è negoziabile, non importa quanto la cultura aziendale cerchi di convincerti del contrario.
I migliori manager non sono quelli che si piegano a ogni richiesta, ma quelli che hanno il coraggio di dire: “Questo è ciò che possiamo fare realisticamente con le risorse a disposizione. Se volete di più, datemi gli strumenti adeguati”.
Prima di essere un manager, sei un essere umano e questo significa che nessun risultato aziendale vale il sacrificio della tua sanità mentale o della tua integrità personale.
Non devi camminare sulle acque…

