Ieri, seduto in auto in mezzo al traffico bloccato, mi guardavo in giro e improvvisamente ho avuto una grandiosa illuminazione su una “verità scomoda”.
Questo non è un incipit perfetto, ma è comunque utile rispetto a quello che sto per dire.
E quello che sto per dire è questo: non esiste nessuna “verità scomoda” che tu non abbia già incontrato, almeno inconsciamente, e che tutti coloro che sostengono di possederne una stanno partecipando a una specie di bizzarra commedia sociale collettiva che è insieme patetica e stranamente confortante.
Provo a spiegarmi meglio: scrollo il feed di un social qualunque – attività che per molti è diventata un rituale quasi masochistico – e vengo bombardato da una serie infinita di post e video di persone (forse sono persone) che, con un’espressione di gravità cosmica, annunciano di essere in possesso di “verità scomode” o “domande che nessuno ha il coraggio di fare” o, peggio ancora, “il segreto per [inserire qui qualsiasi stato desiderabile della condizione umana]”; o magari “è scienza, non magia”.
Un cazzo di circo kafkiano-complottista. Nel loro tentativo disperato di presentarsi come pensatori anticonformisti, queste persone (forse sono persone) finiscono per conformarsi al più prevedibile e usurato dei cliché. È un po’ come quando tutti decidono di essere simultaneamente dei ribelli indossando gli stessi vestiti strappati acquistati nei centri commerciali, una ribellione così standardizzata e mercificata da risultare la sua stessa negazione.
Ma la cosa che produce in me una sorta di orrore esistenziale mescolato a un divertimento perverso è che loro non se ne rendono conto. O forse sì, a un qualche livello subliminale che reprimono intenzionalmente, come quando sai dover andare dal dentista ma continui a rimandare l’appuntamento fingendo che quel dolore al molare sia perfettamente normale.
Queste persone (forse sono persone) si auto-percepiscono come portatori di verità in un mondo di pecore addormentate. Tipo Neo in Matrix che offre la pillola rossa a una popolazione inconsapevole. Il che sarebbe abbastanza triste di per sé, ma diventa follemente esilarante quando ti rendi conto che ci sono letteralmente milioni di Neo, là fuori, tutti convinti di essere gli unici svegli in un mare di dormienti.
Ho una domanda davvero scomoda: pensate veramente di differenziarvi dalla massa comportandovi esattamente come il resto della massa nel suo tentativo di differenziarsi?
C’è una scena nel film “La vita è meravigliosa” in cui il protagonista George Bailey, in un momento di disperazione, desidera non essere mai nato. E l’ironia (tragica) è che tutti questi detentori di “verità scomode” stanno essenzialmente desiderando la stessa cosa a livello intellettuale: vorrebbero esistere in un vacuum informativo, come se le loro “rivelazioni” fossero genuine primogeniture concettuali e non il prodotto di un ecosistema culturale che li ha fagocitati.
La verità – e qui non c’è nulla di particolarmente scomodo, solo una banale constatazione che tutti preferiamo ignorare per preservare la nostra fragile autostima – è che siamo per lo più riciclatori di idee, remixer di concetti, DJ che mischiano vecchi dischi filosofici sperando che il risultato suoni in qualche modo innovativo.
E va benissimo così: non c’è niente di intrinsecamente sbagliato nell’essere veicoli di idee piuttosto che generatori di pensieri originali. Il problema sorge quando ci autoconvinciamo di essere pionieri mentre stiamo solo percorrendo sentieri talmente battuti da essere praticamente dei fossi.
Quando sentite l’impulso quasi irresistibile di annunciare al mondo una “verità scomoda”, fate prima un piccolo esperimento mentale: immaginate che tutti nel mondo stiano facendo lo stesso identico annuncio. Perché, in qualche strano e terrificante senso, è esattamente quello che sta accadendo.
È questo, io credo, uno dei più grandi paradossi della nostra epoca digitale: una cacofonia di voci assordanti che urlano di essere uniche, producendo un rumore bianco così omogeneo che, dopo un po’, diventa semplicemente sfondo.

